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Come consuetudine infatti, ogni anno, la porchetta viene giudicata da una giuria di degustatori, presieduta da Nicola Biagio Natali istituzione vivente della sagra, che valuta qualità delle carni, cottura e, particolare non secondario, consistenza della crosta che deve risultare fragrante e gustosa al palato.
Regina assoluta sarà quindi sua maestà “La Porchetta” in un campionato sui generis che vede contendersi, tra i maestri partecipanti, il prestigioso titolo di “Miglior Porchettaio 2010”.
Nella quattro giorni dedicata alla porchetta, tutti i giorni a partire dalle ore 17.00, si potrà degustare la porchetta che sarà disponibile in dieci differenti siti sparsi nel centro storico, dove si potranno ammirare anche una serie di esposizioni: ricamo, pittura e hobby in genere. Sarà inoltre possibile visitare, ogni sera fino alle ore 24.00, la mostra di Mark Kostabi allestita a palazzo Farnese. L'ingresso è libero.
Per le vie del centro storico ogni sera, a partire dalle ore 21.00, si esibiranno dei gruppi folkloristici itineranti, mentre la piazza ospiterà dei gruppi musicali. Venerdì 20 agosto alle ore 18.00 palazzo Farnese ospiterà un convegno, aperto ad imprenditori e quanti siano interessati ad investire nella città farnse, sulle opportunità di sviluppo di Campli. Nei giorni della sagra il museo, le chiese e la scala santa resteranno aperti al pubblico.
La sagra della porchetta di Campli, tra le prime sagre in Abruzzo, nasce da un'idea del giornalista e intellettuale Fernando Aurini che, sulla base delle scoperte archeologiche di ossa di maiale rinvenute nelle tombe pre-romane della vicina necropoli di Campolvalano, pensò di realizzare la prima grande festa del prodotto più tipico della cultura culinaria camplese: la porchetta. Il grande e inaspettato successo della prima edizione si ripete puntualmente ogni anno, quando migliaia di persone arrivano nella cittadina farnese per gustare la ghiotta e inimitabile pietanza locale di cui si parlava già negli Statuti di Campli, gli unici ad avere norme molto specifiche e dettagliate sulla porchetta, assenti invece in tutti gli statuti conosciuti nel teramano e in Abruzzo.
Esiste qualche piccola eccezione che in ogni caso, nelle forme di regolamento sulla porchetta, non raggiunge il valore e la forma così particolareggiata come nei codici di Campli.
Grazie alla Pro Loco si mantiene così viva una tradizione millenaria ancora oggi strettamente legata all'economia locale, l'allevamento dei suini. Oggi i porchettari camplesi, tutti allievi dei maestri della tradizione, approntano la porchetta con i sistemi d'antico insegnamento. E la porchetta camplese si differenzia e si distingue da quella preparata in Umbria, nelle Marche, nel Lazio, in Toscana e in Sardegna per gli aromi (a Campli a differenza di altri posti non si usa l'essenza di finocchio selvatico), i tempi e i modi di cottura.
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L'associazione Amici del sambuco di Chiaromonte - Pasquale Battista- con caparbietà, prosegue nel suo percorso di divulgazione della cultura, della conoscenza di questo splendido arbusto, ricco di storia e legato al territorio di appartenenza dell'associazione.
Ma cosa è il sambuco e cosa rappresenta per la cultura contadina? Quando i giochi erano ancora veri giochi, dove ci si ingegnava per poter giocare con gli amici, quando ancora il giocattolo era un desiderio, un sogno a tanti mai avverato, quando i giochi richiedevano inventiva e fantasia, la pianta del sambuco diventava una risorsa incredibile.
Dal suo legno cavo si ricavavano gli “scattabott”, una sorta di cerbottane con cui si instauravano “guerre” con il compagno di scuola, oppure diventavano fischietti o zufoli. A rafforzare la vena musicale del sambuco arriva anche l'etimologia arcaica, sembra che il termine "sambuco" derivi dal greco “sambuke” che è il nome di una specie di arpa orizzontale a forma triangolare, usata dagli antichi Greci e Romani e fabbricata con i rami del sambuco.
Addirittura la Storia del Cristianesimo riporta che parte della croce dove il Cristo fu crocefisso venne realizzata con il sambuco, mentre altri raccontano che fu al sambuco che Giuda si impiccò. Comunque sia, questo arbusto è legato ad antiche credenze e leggende, gli elfi si rifugiavano nei cespugli di sambuco, e nelle leggende germaniche il flauto magico era stato preparato con un suo ramoscello. Racconta la magia popolare che le streghe si applicassero alle palpebre la linfa verde della sua corteccia per ricevere in dono la "Seconda Vita”, mentre nel calendario arboreo dei Celti, il sambuco rappresenta il tredicesimo mese lunare che si conclude nei giorni del solstizio invernale perchè conserva i suoi frutti fino a dicembre. Veniva piantato intorno ai villaggi per proteggersi dalle incursioni di maligni, alle case di montagna, il sambuco diventava protettore delle famiglie.
Ancora oggi, la superstizione trova sconveniente bruciarne il legno o danneggiare questa pianta. Sembra che antichi culti consideravano questo arbusto dotato di grandi poteri da trattare con rispetto. Anche se nel tempo è andato via via in disuso, ancora oggi il sambuco può essere un utile rimedio erboristico ed un raffinato ingrediente per la nostra cucina; infatti, i fiori di sambuco erano utilizzati per conservare le mele che venivano poste a strati alternati con le sue infiorescenze. Ma è soprattutto nella cucina popolare che trova un largo uso e consumo, come ad esempio nella preparazione di ottime frittelle, oppure di marmellate, crostate, con cacciagione o per finire in un lauto pranzo con il sorbetto al sambuco. Grande prodotto il sambuco delle sue infiorescenze straordinarie la grande cucina ne ha fatto, e ne fa un largo uso.
“Turta De Recottu Chin Medula E Frores De Savuccu “ di Cristoforo da Messisbugo (fine 1400-1548).
Piglia di farina oncie 4, povine fresche tre o di formaggio fresco libbra una, e di formaggio duro libbra mezza grattato, di formaggio salato oncie tre, e tanto levaturo quanto è mezzo uovo; e pista bene ogni cosa nel mortaio. E ponigliuova sei battute seco, e uno bicchiero di latte, e oncie 3 d'acqua rosa; e mescola bene ogni cosa insieme. E se ti paresse che il detto pastume fosse troppo duro, gli aggiungerai un poco di latte, tanto che stia bene, e oncie 3 d'uva passa; e per tempo d'estate gli porrai una oncia di fiore di sambuco a pistare secco. E poi con una gucchiara farai le tue frittelle, grandi e piccole, secondo che ti parerà. Poi le cuocerai in grasso colato o butiro, o dileguito libbre 3. E come saranno cotte, e per imbandirsi, gli ponerai sopra di zucchero grattato oncie quattro.
Schiacciata di Sambuco 15 infiorescenze di sambuco 500g di farina 1 cubetto di lievito di birra 1 cucchiaino di miele Sale olio extravergine di oliva Acqua tiepida Pulire le infiorescenze di sambuco e tagliare con le forbici i peduncoli che sostengono i piccoli gruppi di fiorellini. Fare sciogliere il lievito in una tazza di acqua tiepida a cui e' stato aggiunto un cucchiaino di miele e 2 cucchiai di farina; lasciarlo riposare per 10 minuti. Versare la farina rimanente in una terrina, aggiungere un cucchiaio di sale, 2-3 cucchiai di olio, i fiorellini di sambuco, il lievito e circa 1 bicchiere di acqua tiepida. Lavorare bene questo composto fino a farlo diventare omogeneo ed elastico. Preparare infine una palla e lasciarla riposare per circa 30' minuti in un ambiente caldo, coperta da un canovaccio. A lievitazione ultimata, rimpastare e sistemare in una teglia leggermente unta. Con la punta delle dita premere ripetutamente lungo tutta la superficie, formando tante fossette. Ungere infine con un po' di olio e spolverare con un pizzico di sale; far riposare per 30 minuti ed infornare a 250 gradi, dopo circa 10 minuti abbassare la temperatura 150° fino a cottura ultimata.
Pizza al sambuco750 gr di pasta di pane fiori di sambuco seccati al sole a piacere un cucchiaio di strutto olio d'oliva sale Come preparare la ricetta pizza con fiori di sambuco stendere la pasta in una teglia unta di strutto; coprirla con i fiori di sambuco; bagnarla con pochissimo olio; arrotolarla su se stessa e cuocere in forno ben caldo.
Risotto con frittelle di sambuco Ingredienti per 4 persone 8 infiorescenze di sambuco 100 grammi farina di frumento 1 birra 1costa di sedano 2 cipolle 1chiodo di garofano 300 gr di carote 350 grammi riso Carnaroli 1/2 bicchiere vino bianco secco 1 noce di burro 2 cucchiai di formaggio grattugiato 2 rametti di salvia 2 rametti timo fresco 2 rametti di rosmarino sale qb pepe qb noce moscata qb olio extravergine di oliva olio extravergine di oliva per friggere Procedimento Preparare il brodo facendo bollire in circa 2 litri di acqua salata il gambo di sedano, la cipolla steccata con il chiodo di garofano e circa 300 g. di carote sbucciate e tagliate a pezzi In una padella alta rosolare cipolla tagliata a dadini e farla soffriggere in poco olio extra-vergine, aggiungere il riso e tostarlo mescolando senza interruzioni. Sfumare con il vino bianco caldo e fare evaporare a fiamma vivace. Aggiungere a poco a poco il brodo, preventivamente filtrato, continuando a mescolare fino a completa cottura del riso. Aggiustare di sale .Spegnere il fuoco e mantecare il risotto con un filo di olio extra-vergine, la noce di burro, il formaggio grattugiato e le erbe aromatiche tritate. Coprire e lasciare riposare per pochi minuti. Preparare la pastella per la frittura dei fiori, mescolando la farina e un poco di sale con la birra fino a quando avrà una consistenza elastica ma fluida. Immergervi le infiorescenze e friggere molto brevemente in olio a 180°C. Scolare e fare asciugare su carta assorbente Montare a forma di tortino il risotto con l'ausilio di uno stampo cilindrico. Mettete una frittella di sambuco al centro del piatto e adagiatevi sopra il tortino di riso, mettete sopra il tortino un'altra frittella di sambuco. Spolverare con pepe nero appena macinato e un poco di noce moscata grattugiata.
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Anticamente, ma ancora nelle nostre piccole comunità c'e chi lo prepara, si mettono i chicchi di grano in una ciotola piena di terra con i bordi raccolti in carta da regalo e si poggiano in un angolo buio della Chiesa, lontano dalla luce e con la giusta umidità del terreno il vaso germoglia , metaforicamente sveglia la natura e arriva il periodo del lavoro e del raccolto. Al di fuori della Chiesa, nei nostri piccoli paesi, nell'aria si sparge un denso profumo di porri, biete che si mescola alla fragranza del pane appena sfornato, alle frittate con la toma e asparagi, ai calzoni al forno ripieni di carni, ricotte, uova bollite, salumi, pani lievitati,”culluri”, “cuzzole”. E' Pasqua. Ancora oggi, come un tempo, il periodo pasquale si inaugura con la preparazione delle “cuzzole”, pani votivi che gli antichi greci chiamavano “coulloura” preparati e offerti con riti pagani per ottenere favori e benevolenze. Il cristianesimo ha introdotto nei rituali cattolici questi riti legandoli al culto della fine della Quaresima che precede la festività della Pasqua, stravolgendo antiche usanze ed imponendo i riti come periodo di astinenza e penitenza. Pasqua rimane comunque il giorno in cui si ritorna a mangiare ogni ben di dio che la cucina tradizionale offre. E a tavola non può certo mancare il pane fatto con uova e farina, simbolo stesso della Pasqua. Il rito del pane con le uova e delle pizze rustiche o ripiene di verdure da generazioni accompagna le donne, le massaie, durante la settimana pasquale, richiamando non solo l'antica ritualità della Resurrezione, ma anche la cerimonia della sua preparazione. Le donne risultano essere le vere protagoniste perché solo loro possono attribuire il giusto valore simbolico a questa grande festa della Resurrezione e del cibo preparando questo pane profumatissimo, ricco di gusto e di valore simbolico. La ricerca degli ingredienti, la lavorazione dell'impasto, la fase della lievitazione, la preparazione del forno a legna e la dosatura del calore sono momenti e emozioni che riaffermano tutto il carattere femminile del focolare domestico e riavvicinano la famiglia ad uno stile di vita che si va perdendo. Nelle cucine, con il fuoco che crepita nel camino e l'antico forno riacceso forse solo una volta l' anno, dove tutte le donne, piccole, grandi e piccine, si dedicano alla preparazione delle ricette pasquali che ogni paese tiene superbamente nascosta. Il pane pasquale, chiamato “cuzzola”, “picciddato”,”culluro” e tanti altri nomi locali lo si riconosce anche ad occhi chiusi per la fragranza degli ingredienti e per gli aromi che si sprigionano durante e dopo la cottura. E quando si aprono gli occhi, conquista anche per la bellezza con cui si presenta, ammaliando sia per il sapore che per le forma ed i colori. Ricco di uova nostrane, il pane si presenta con uno sgargiante giallo oro e nei giorni pasquali fa bella mostra su tutte le tavole e in tutte le case. In alcuni paesi, il Sabato Santo, è rimasta viva l'antica usanza di portare in chiesa questo speciale pane avvolto in grosse ceste, preparato in varie forme. Quando suonano le campane per annunziare la Resurrezione, le donne come se sfilassero su di una passerella di gran moda, si recano in chiesa per la benedizione delle “cuzzole”, sistemate per il trasporto in cesti stracolmi dai quali però affiorano rilasciando una scia di inebriante fragranza per tutto il paese. E solo dopo essere state benedette si scambiano i prodotti, come bene augurale, tra famiglie e amici.Ai bambini donano la bambola o la borsetta, variante della “cuzzola” a forma di treccia, adornato dell'uovo, simbolo della vita. Pasqua non è solo il giorno che invita tutti alla pace, alla serenità e alla contentezza, è anche il giorno che invita tutti alla tavola per gustare il ricco pranzo, dall'agnello alla “cuzzola” con la soppressata. Non per niente si dice nel linguaggio antico e popolare ad una persona felice “Ie' cuntentu coma‘na Pasca”, e' contento come la Pasqua!
LA CUZZOLA RUSTICA
Ingredienti per la pasta: 1 kg di farina 00 9 uova intere e 3 tuorli 12 cucchiai di strutto 1 cucchiai di acido citrico 125 cl di latte sale q.b. Ingredienti per il ripieno: soppressata uova sode formaggio fresco toma formaggio grattugiato uova. Procedimento. Disporre su una spianatoia la farina e fare una fontana al centro, aggiunger le uova, lo strutto sciolto a bagnomaria , l'acido citrico sciolto nel latte tiepido e un pizzico di sale. Mescolare il tutto fino ad ottenere un impasto consistente ed elastico. Dividere in due parti l'impasto e con un matterello lavorare i pani di pasta fino ad ottenere due dischi di eguali dimensioni . Con un disco foderare una teglia precedentemente unta con un velo di strutto. Preparare il ripieno spezzettando tutti gli ingredienti ed amalgamandoli con le uova e il formaggio grattugiato. Versare il ripieno nella teglia precedentemente foderata con la pasta, allineare tutto il ripieno e chiudere con l'altro disco di pasta . Chiudere per bene i bordi premendo con i rebbi d una forchetta. Forare il coperchio di pasta per evitare che il calore di cottura crei delle crepe, pennellare sopra il tuorlo d'uovo. Infornare alla temperatura di 190° per circa 1 ora.
“Falagoni” con i porri 1 kg Farina 3 Uova 20° gr di sugna Su una spianatoia versare la farina, fare una fontana al centro e versarci l'acqua tiepida, le uova e la sugna. Lavorare l'impasto fino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo. Far riposare la pasta e nel frattempo preparare il ripieno Ripieno. Lavare e mondare i porri, tagliarli in piccoli pezzi. Bollire in acqua appena salata e farli scolare bene. Aggiungere la polvere di peperone o peperoncino, aggiustare di sale, tagliare la pasta in pezzi , lavorare con un matterello i pani tagliati fino ad ottenere una sfoglia sottile . quindi fare dei dischi della dimensione di un piatto da frutta, o a piacere come di desidera. Con il composto ottenuto si riempiono a metà i dischi e si rovescia sopra l'atra meta, chiudendo l'impasto. Con i rebbi della forchetta, chiudere ermeticamente i bordi del calzone e sempre con i rebbi praticate tre o quattro piccoli fori sulla parte superiore del calzone che poi spennellate con un rosso d'uovo. Infornare a 180° caldo per 15 minuti c.a.
PILLOLE Nel nostro linguaggio ricorrono spesso delle frasi la cui origine pare sia radicata nelle letture del periodo quaresimale o che comunque sono in relazione con la tradizione cristiana della pasqua. essere contento come una pasqua è riferito a chi manifesta una grande felicità, proprio perché il giorno di Pasqua è un giorno di grande gioia gettare la croce addosso a qualcuno per addossare la responsabilità di un fatto ad un'altra persona. Venire la pasqua in domenica: ad indicare tutto quello che si verifica al momento opportuno, che arriva a proposito. Lungo come una quaresima si dice di una persona o di una cosa prolissa, noiosa, insistente. Ha sciupato tutto e adesso fa quaresima si riferisce a chi ha sperperato i propri beni, le proprie ricchezze e adesso fa digiuno, vive in povertà. Portare la propria croce questo modo di dire deriva dalla salita al calvario di Gesù Cristo ed è da intendersi come la capacità di sopportare e accettare i momenti dolorosi della vita. La croce che ci si fa da soli è la più pesante indica quelle situazioni in cui siamo noi stessi a commettere delle azioni per cui in seguito ci pentiamo, risultano più difficili da superare rispetto a quando ci sono cause esterne. Essere come San Tommaso questa locuzione viene usata per indicare una persona ostinata a credere ad un certo fatto accaduto , proprio come l'apostolo Tommaso che si rifiutò di credere ai compagni che gli riferivano dell'apparizione di Gesù risorto fin quando non gli apparve e toccò con mano.. E per finire facciamo finta di essere vestiti di bianco e dal balcone auguriamo a tutto il mondo buona pasqua in tante lingue, anche perché potremo sentirci “Come il Papa”: Buona Pasqua in ... inglese HAPPY EASTER spagnolo FELICES PASCUAS cinese: FOUAI HWO GIE QUAI LE tedesco: FROHE OSTERN arabo: EID-FOSS'H MUBARAK croato: SRETAN USKRS albanese: GEZUAR PASHKEN rumeno: PASTE FERICIT ceco: VESELE VELIKONOCE greco: KALO PASKA francese: JOYEUSE PAQUES macedone: SREKEN VELIGDEN
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L'agnello viene cosi accreditato da almeno tre religioni nelle rispettive civiltà sviluppatesi attorno al Mediterraneo. Nelle religioni l'agnello è entrato nella simbologia in rapporto con Dio per il suo aspetto candido, dove esplica attraverso la sua forma minuta ed elegante la sua debolezza e sottomissione. Totalmente dipendente dal proprio pastore, inadatto se esce dal gregge, diventa simbolo della totale obbedienza al Dio delle religioni e al suo volere, usato come simbolo da immolare per liberare dalla schiavitù, dalla morte, dalla distruzione gli uomini che lo allevano. Le continue allusioni al sacrificio dell'ovino ha sviluppato nelle religioni l'idea del sacrificio del figlio donato a Dio dal padre per cancellare i peccati dall'umanità. Si racconta, infatti, che proprio nella notte in cui Dio salvò il suo popolo dalla schiavitù, l'angelo sterminatore passò nelle case degli egiziani uccidendo i primogeniti e passò oltre le case degli ebrei che avevano segnato gli stipiti delle porte con il sangue dell'agnello sacrificato. Per commemorare questo evento da allora venne consumato, nel pranzo della Pasqua ebraica, l'agnello, tradizione poi ripresa dalla religione cristiana. In Israele era consuetudine sacrificare un agnello ogni mattina e ogni sera al tramonto, per l'espiazione dei peccati e per la purificazione. Quando si sacrificava un agnello il credente offriva a Dio ciò che di più prezioso potesse avere e quindi simbolicamente offriva a Dio se stesso, questo è uno dei motivi per cui l'agnello ha assunto una forte valenza religiosa . Giovanni Battista riconosce in Gesù il vero agnello pasquale, infatti, egli è la vittima sacrificale andata a morire sulla croce per ottenere il perdono dei peccati di tutti gli uomini e quindi il suo sangue è stato versato per la nostra salvezza, ancora oggi durante la messa viene pronunciata la frase di cui sopra, “Ecco l'agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo”. Tutti i momenti e gli episodi legati alla passione di Gesù sostengono l'accostamento al sacrificio dell'ovino. L'ovino, nel tempo, ha cosi ottenuto un'enorme visibilità, come metafora dialettica , con il proprio sangue redime dai peccati l'uomo, con la sua carne lo nutre, con la sua lana lo copre.. Diventa uno di quegli animali che hanno un pedigree importante, con una lunga storia e un blasonato curriculum vitae. Probabilmente è stato uno dei primi animali allevato nell'antico mondo che trasformando velocemente in cibo le erbe selvatiche e gli arbusti che la terra produce ha dato all'uomo tutto quello che gli serviva per riprodursi e poter vivere bene e meglio. Proprio per questa sua predisposizione nel vestire l'uomo, già seimila anni fa sorgeva accanto all'allevamento l'industria laniera e il suo commercio. L'allevamento del bestiame ovino aveva cosi una triplice attitudine, la lana, il latte e la carne pronta a soddisfare i bisogni primari delle prime comunità umane.
Curiosità. Anticamente nel Parco del Pollino l'agnello veniva preparato con il cosiddetto ‘coppo' e direttamente nel focolare. Si metteva l'agnello in una ampia teglia di creta con il bordo alto, e a questo punto si usava il coppo, che era una sorta di coperchio di ferro con cui si chiudeva la teglia . Dopo aver messo la teglia sulla brace, altra brace si metteva anche sul coperchio. Un forno primitivo ma di sicuro effetto “ gustativo”.
RICETTE
Ingredienti un chilogrammo di carne di agnello 200 grammi di salame fresco due cipolle quattro patate due pomodori 100 grammi di fave sgranate una costa di sedano due foglie di alloro uno spicchio d'aglio olio di oliva e.v. sale pepe una lasagna di pasta di pane Preparazione tagliate a pezzi la carne e fatela rosolare in un recipiente di terracotta, pignata, nell'olio con l'aglio. Coprite l'agnello con dell'acqua calda ed aggiungete la verdura tagliata a pezzetti, le foglie di alloro, sale e pepe. Lasciate cuocere per un ora e mezza a fuoco moderato. Coprite il recipiente con la pasta di pane e mettetelo in forno per un quarto d'ora. Servite quando la pasta ha formato una crosta dorata.
Ingredienti 1 kg. di cardi 300 gr. di carne bovina macinata 1 cipolla bianche 4 uova 8 cucchiai di pecorino grattugiato 50 gr di mollica di pane fine 150 gr. di olio extravergine di oliva 500 gr. di agnello a pezzi piccoli sale e pepe q.b. Procedimento: Far bollire i cardi in abbondante acqua salata per circa 20 minuti. Mettere in una casseruola la cipolla tagliata finemente, l'agnello, l'olio, il sale, il pepe e far stufare il tutto a fuoco medio per circa 10 minuti, quindi aggiungere un litro acqua e far bollire per circa 30 minuti. Preparare le polpettine di carne con l'uovo, sale, pepe , un poco di pecorino e mollica di pane. Soffriggere leggermente le polpettine di carne in olio. Disporre nella tortiera da forno uno strato di verdura, aggiungere lo stufato di agnello e le polpettine, cospargere con una spolverata di formaggio, coprire il tutto con un altro strato di verdura ed aggiungere le uova sbattute, spolverare ancora con una manciata di formaggio ed infornare. Far cuocere la tortiera per circa mezz'ora a 160°.
Ingredienti 300 gr di agnello disossato 1 fegato d'agnello
1 rognone d'agnello
1 cuore d'agnello
polmone di agnello
2 uova
4 cucchiai di pecorino grattugiato
1 cucchiaio di prezzemolo tritato
4 cucchiai d'olio di oliva
sale
pepe Pulite le frattaglie, lavatele bene in acqua fredda, sgocciolatele e tagliatele a pezzetti, quindi fate bollire in una casseruola piena d' acqua leggermente salata per una decina di minuti ,scolate e risciacquate per togliere i residui .In una padella rosolate la carne di agnello fatta a dadi , in olio caldo. Quando la carne è ben dorata aggiungete le frattaglie e continuate la cottura per altri 10 minuti. In una terrina, sbattete le uova con un pizzico di sale e pepe, aggiungete e incorporate il pecorino, versate il composto nel recipiente con l'agnello. Mescolate delicatamente e lasciate che le uova si rapprendano. Infine, cospargete di prezzemolo tritato e portate subito in tavola.
Ingredienti 600 gr di polpa d'agnello
4 cipollotti
2 zucchine
2 carote
2 spicchi d'aglio
1 bicchiere di brodo
1/2 bicchiere di vino bianco secco
2 cucchiai di prezzemolo tritato
qualche cucchiaiata d'olio di oliva
sale
pepe preparazione 1. Pulite e riducete a pezzetti la carne; lavate le verdure e tagliatele a pezzetti non troppo sottili. Sbucciate l'aglio, tritatelo e fatelo soffriggere in un po' d'olio di oliva caldo, quindi unite la verdura e fate rosolare per un paio di minuti. 2. Salate, pepate e unite la carne a pezzetti. Mescolate, bagnate con il vino, lasciate evaporare e bagnate con il brodo caldo. Cuocete per circa 30 min. circa su fiamma moderata. Infine, regolate sale e pepe e cospargete di prezzemolo tritato. Buon appetito!
Ingredienti 1 kg di agnello
800 gr di patate novelle
8 cipolle
1 rametto di rosmarino
2 spicchi d'aglio
40 gr di burro
4 cucchiai di olio di oliva
sale
pepe
1. Pulite l'agnello, asciugatelo, strofinatelo con sale e pepe e steccatelo con aglio e rosmarino. Adagiatelo in una teglia, cospargetelo con dei fiocchetti di burro e con un paio di cucchiaiate d'olio; infornate e cuocete per 15 min. a 220°. 2. Intanto, mondate patate e cipolle, tagliatele a spicchietti e unitele alla carne, una volta trascorso il tempo di cottura, irrorate con il resto dell'olio, regolate sale e pepe, mescolate e cuocete per altri 15-20 min
Ingredienti 1 kg di coscia d'agnello a pezzetti
500 gr di patate novelle
400 gr di pelati
1 cipolla
1 rametto di rosmarino
50 gr di burro
4 cucchiai di olio di oliva
1 bicchiere di vino bianco secco
sale
pepe 1. Sbucciate la cipolla, affettatela e fatela soffriggere in una casseruola con l'olio ed il burro caldi. Quindi unite la carne ed il rosmarino pulito. Lasciate dorare uniformemente su tutti i lati, poi bagnate con il vino, lasciatelo evaporare, insaporite con una presa di sale e una macinata di pepe. 2. Unite i pelati schiacciati con una forchetta, mescolate e cuocete per circa 30 min. su fiamma bassa. Intanto, preriscaldate il forno a 180°. 3. Sbucciate le patate, lavatele, unitele al recipiente della carne, salate, pepate, infornate e cuocete per circa 40 min. Mescolate di tanto in tanto e portate in tavola.
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Pubblicato da Blogghiamo alle 02:57 0 commenti